Google: come è nato, come funziona e perché è diventato onnipresente
Ci sono marchi che diventano verbi. Google è uno di quelli. Non diciamo più cerco sul web, diciamo faccio una ricerca su Google. Un passaggio linguistico che racconta meglio di qualunque statistica quanto questo motore di ricerca sia entrato nella cultura digitale e nella nostra vita quotidiana.
Per capire come sia successo bisogna tornare alla fine degli anni Novanta, in un angolo di Stanford, dove due dottorandi, Larry Page e Sergey Brin, stanno lavorando a un progetto chiamato BackRub. L’idea è diversa da quella dei motori dell’epoca. Non basta contare quante volte una parola compare in una pagina. Bisogna guardare a come le pagine si collegano tra loro, come se fossero articoli accademici con citazioni. Da lì nasce PageRank, l’algoritmo che mette le basi per Google, raccontato oggi in forma ufficiale nelle pagine di about.google.
In pochi anni quella intuizione smette di essere un progetto universitario e diventa un motore di ricerca capace di surclassare concorrenti ben più strutturati. Risultati più puliti, interfaccia essenziale, una sola casella di testo che cambia il modo in cui pensiamo all’accesso alle informazioni.
Come è nato Google
Il nome Google nasce da un gioco sul termine googol, cioè 10 elevato alla centesima, usato in matematica per indicare un numero enorme. È una dichiarazione di intenti. Organizzare una quantità di informazioni che cresce a un ritmo impensabile, rendendola accessibile a chiunque. Nel 1998 Google Inc. viene fondata ufficialmente, il server gira ancora su hardware messo insieme quasi artigianalmente e l’interfaccia è talmente minimalista da sembrare vuota rispetto ai portali pieni di banner dell’epoca.
La vera rivoluzione però non è solo estetica. Page e Brin scelgono un modello di ranking che considera i link come voti di fiducia. Una pagina che riceve collegamenti da molti siti autorevoli ottiene più peso. Invece di farsi ingannare solo da parole chiave e meta tag, Google prova a leggere la struttura del web come un grafo di relazioni. Per i motori tradizionali è uno shock, per gli utenti è semplicemente il motore che restituisce risultati più utili.
Da lì si innesta la crescita. Prima la versione in altre lingue, poi la nascita del programma pubblicitario AdWords, poi una serie di prodotti che vanno ben oltre la ricerca. Gmail, Maps, YouTube, Android. In pochi anni Google smette di essere solo un motore e diventa un ecosistema di servizi integrati.
Come funziona dietro le quinte
Dal punto di vista tecnico, il cuore di Google Search si può riassumere in tre fasi principali. Crawling, indicizzazione, ranking. I crawler, spesso chiamati bot o spider, girano per il web seguendo i link da una pagina all’altra. Raccolgono copie delle pagine, rispettano regole definite in file come robots.txt, aggiornano versioni già viste in precedenza.
Il contenuto viene poi indicizzato. Testo, struttura, metadati, segnali derivati vengono analizzati e trasformati in un indice ottimizzato per le ricerche full text. È una specie di catalogo gigantesco che permette di trovare in millisecondi pagine tra miliardi di documenti. Nelle guide divulgative disponibili su developers.google.com/search Google stesso racconta una versione semplificata di questo processo.
Quando digitiamo una query entra in gioco il ranking. L’algoritmo confronta le parole cercate con l’indice, valuta centinaia di segnali e decide in che ordine mostrare i risultati. Alcuni segnali riguardano il contenuto, altri l’autorevolezza del sito, altri ancora il comportamento degli utenti nel tempo. Il PageRank originale è solo un pezzo di una macchina ormai molto più complessa.
Accanto ai risultati organici vivono gli annunci a pagamento, gestiti attraverso la piattaforma Google Ads. Anche qui entra in gioco un sistema d’asta che tiene conto non solo delle offerte economiche, ma anche della qualità degli annunci e della loro pertinenza. È questo motore pubblicitario a trasformare Google nella potenza economica che conosciamo.
Perché è diventato onnipresente
La pervasività di Google non si spiega solo con la qualità del motore di ricerca. Conta il fatto che nel tempo l’azienda ha costruito una infrastruttura che tocca quasi ogni momento della nostra vita digitale. Usiamo Gmail per la posta, Google Maps per orientarci, Android come sistema operativo su una grande fetta degli smartphone, YouTube per i video, Google Drive per collaborare sui documenti.
Ogni servizio è forte di per sé, ma il vero vantaggio arriva dalla integrazione. Lo stesso account apre tutte le porte, le preferenze si sincronizzano, la cronologia di navigazione si incrocia con quella delle ricerche e delle mappe. Il risultato è una esperienza fluida che rende naturale restare dentro l’ecosistema invece di saltare da un servizio all’altro.
C’è anche un fattore culturale. Per molti utenti Google è il primo contatto con il web. La home bianca del motore, preimpostata in tanti browser e dispositivi, diventa l’inizio di ogni sessione. Nel tempo questo ha creato una abitudine profonda. Quando cerchiamo qualcosa, il gesto istintivo è aprire Google, anche se esistono alternative valide.
Questa onnipresenza ha un prezzo, e non solo in termini economici. Il modello di business si basa in larga parte sulla profilazione pubblicitaria. Ricerche, siti visitati, video visti e spostamenti possono contribuire a costruire profili sempre più dettagliati. Organizzazioni che si occupano di diritti digitali, come la Electronic Frontier Foundation, ricordano spesso quanto sia importante capire quali dati vengono raccolti e come vengono usati.
Allo stesso tempo sarebbe ingenuo negare quanto Google abbia semplificato l’accesso alle informazioni. Ha reso possibili ricerche istantanee che un tempo richiedevano biblioteche, ha messo nelle mani di chiunque strumenti di traduzione, mappe, collaborazione. Nel bene e nel male è diventato la lente attraverso cui una parte enorme del pianeta guarda la rete.
Per chi si occupa di Cultura Digitale & Storia dell’Informatica, Google è un caso di scuola. Dimostra quanto una buona idea tecnica, unita a un modello economico efficace e a una capacità di scalare infrastrutture complesse, possa ridisegnare abitudini, mercati e linguaggi. E ci ricorda anche che ogni comodità ha un lato nascosto, fatto di dipendenze e domande aperte su potere, controllo e pluralismo dell’informazione.