Il PageRank: che cos'è, come funziona e perché ha cambiato la SEO
Prima di Google il web era un grande elenco disordinato. I motori di ricerca si affidavano soprattutto a fattori superficiali come densità di parole chiave e meta tag compilati a mano. Bastava esagerare un po’ con i termini giusti per scalare le SERP. Poi è arrivato il PageRank e ha cambiato le regole del gioco per sempre, aprendo una nuova era nella Cultura Digitale & Storia dell’Informatica e nella SEO.
Alla fine degli anni Novanta due dottorandi di Stanford, Larry Page e Sergey Brin, pubblicano un lavoro accademico in cui presentano un nuovo modo di ordinare le pagine web. Non ci si limita più a leggere il contenuto interno, si analizza la rete di link che collega le pagine tra loro. Il paper originale, ancora oggi consultabile dal sito di Stanford, descrive il PageRank come un sistema per valutare l’importanza di una pagina osservando chi la cita, in modo simile alle citazioni nel mondo scientifico.
È un cambio di prospettiva radicale. Il valore non è solo in ciò che una pagina dice di sé, ma in ciò che il resto del web dice di quella pagina.
Che cos’è il PageRank
Il PageRank è un algoritmo di ranking ideato per assegnare a ogni pagina web un punteggio di importanza basato sui link che riceve. Invece di trattare ogni collegamento come uguale, il PageRank pesa i link provenienti da pagine a loro volta autorevoli. In altre parole, un link da un sito molto rilevante vale piu di dieci link da pagine appena create e poco collegate.
L’idea di fondo è semplice e potente. Se molti siti di qualita puntano a una pagina, probabilmente quella pagina merita attenzione. Questo sposta il baricentro della rilevanza dalla dimensione puramente on page a una dimensione relazionale. Il web non è solo un insieme di documenti isolati, ma una rete in cui i collegamenti diventano voti di fiducia.
Nei primi anni di Google il PageRank viene anche mostrato pubblicamente tramite la famosa barra verde della Google Toolbar. I SEO dell’epoca la studiavano ossessivamente, perché rappresentava una traccia visibile di un punteggio altrimenti nascosto. Con il tempo Google ha smesso di esporre questo dato, ma il concetto alla base è rimasto una delle fondamenta del suo motore.
Come funziona tra link, probabilità e grafi
Dal punto di vista matematico il PageRank tratta il web come un grafo di pagine e link. L’algoritmo immagina un navigatore casuale che si sposta da una pagina all’altra seguendo i link disponibili, con una certa probabilità di saltare di punto in bianco su una pagina qualsiasi. Il punteggio PageRank di una pagina corrisponde alla probabilità che questo navigatore si trovi su quella pagina in un dato momento dopo molte iterazioni.
In pratica, ogni pagina distribuisce il proprio PageRank alle pagine che linka. Se una pagina autorevole ha pochi link in uscita, ciascuno di quei link riceve una quota significativa del suo valore. Se invece linka decine di altre risorse, il contributo si diluisce. Questo meccanismo crea un equilibrio dinamico che si raggiunge ripetendo il calcolo su tutto il grafo finché i punteggi non si stabilizzano.
Il fattore di salto casuale, spesso chiamato damping factor, serve a evitare che il PageRank si blocchi in circuiti chiusi di pagine che si linkano tra loro. Introduce la possibilità che l’utente virtuale si stanchi e riparta da un punto a caso, rendendo il modello più realistico rispetto alla navigazione vera.
Per chi lavora con la SEO non è necessario riprodurre i dettagli matematici, ma è fondamentale comprendere una cosa. Non tutti i link sono uguali. Conta da chi arrivano, come sono distribuiti, in che contesto si trovano. È questa intuizione, tradotta in algoritmo, che ha reso il PageRank diverso da tutto ciò che c’era prima.
Perché il PageRank ha cambiato la SEO
L’introduzione del PageRank ha imposto una nuova logica nel lavoro dei motori di ricerca e quindi nella SEO. Prima si poteva lavorare quasi esclusivamente sul contenuto della singola pagina. Testo ottimizzato, meta tag pieni di keyword, qualche trucchetto visivo. Dopo il PageRank, la struttura dei link è diventata centrale.
I primi SEO che hanno capito la portata di questo cambiamento hanno iniziato a concentrarsi sulla costruzione di backlink. Guest post, directory, scambi di link. In molti casi anche schemi manipolativi, come le famose farm di link. Google ha risposto negli anni con aggiornamenti successivi, descritti anche nella documentazione ufficiale su developers.google.com/search, per distinguere i link naturali da quelli costruiti solo per gonfiare artificialmente il PageRank.
Nonostante l’algoritmo si sia complicato enormemente nel tempo, il principio originario resta valido. Un sito che riceve link da fonti autorevoli e coerenti con i propri contenuti ha maggiori probabilità di posizionarsi bene. Questo ha portato la SEO a ragionare sempre più in termini di autorevolezza e reputazione, non solo di ottimizzazione tecnica.
Il PageRank ha anche contribuito a spostare l’attenzione sulla qualità delle relazioni online. Pubblicare contenuti che valgono la pena di essere citati, costruire collaborazioni reali, partecipare a ecosistemi di siti e progetti affini è diventato parte integrante di una strategia di visibilità. La SEO ha iniziato a dialogare con il content marketing e con le PR digitali proprio perché i link non sono più visti come semplici collegamenti tecnici, ma come segnali pubblici di fiducia.
Oggi Google dichiara esplicitamente che il ranking non si basa piu solo su PageRank, ma su centinaia di segnali diversi. L’intelligenza artificiale, i segnali di esperienza utente, la rilevanza semantica hanno ampliato il quadro. Eppure la storia del PageRank resta un capitolo fondamentale per capire come siamo arrivati qui. Ha obbligato motori e professionisti a considerare il web come un sistema di reputazioni intrecciate, non solo come una somma di testi.
Per chi si occupa di Cultura Digitale & Storia dellInformatica, il PageRank è uno di quei momenti spartiacque in cui una formula matematica esce dai paper universitari e inizia a influenzare economia, informazione e linguaggio. Ha dato forma all’idea che alcuni siti siano più autorevoli di altri in modo misurabile. Ha reso il link qualcosa di diverso da una scorciatoia di navigazione. E ha messo le basi per un intero settore, la SEO, che ancora oggi si muove sotto l’ombra lunga di quella prima intuizione.