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MySpace: che cos'era, come funzionava e perché è scomparso

MySpace: che cos'era, come funzionava e perché è scomparso

C’è stato un tempo in cui avere un profilo MySpace significava essere al centro della vita online. Prima di Facebook, Instagram e TikTok, il social di riferimento per musica, amicizie e sperimentazioni grafiche era lui. Capire che cos’era, come funzionava e perché è quasi scomparso significa rileggere un intero capitolo della cultura digitale.

MySpace prima dei social che conosciamo oggi

MySpace nasce nel 2003 negli Stati Uniti, in un contesto in cui esistono già forum, blog e primi social come Friendster, ma nessuno ha ancora definito davvero il modello di piattaforma globale che conosciamo oggi. La cronologia ricostruita da fonti come la voce Wikipedia su MySpace ricorda come il sito diventi in pochi anni uno dei domini più visitati al mondo, fino a superare momentaneamente anche Google in traffico statunitense.

Per una generazione intera MySpace è stato il primo vero biglietto da visita digitale. La pagina personale non era solo elenco di amici, ma una sorta di camera da letto virtuale, piena di immagini, sfondi, musica in autoplay, badge, widget. Un caos colorato che, per molti, rappresentava la libertà di esprimersi senza template rigidi.

Che cos’era e come funzionava l’esperienza MySpace

Alla base MySpace era un social network generalista. Profilo personale, lista di amici, messaggi, commenti, bacheca. In più alcune scelte distintive. Ogni utente aveva una sezione “Top Friends”, la famigerata classifica degli amici preferiti, spesso causa di piccole guerre di popolarità. I profili ospitavano un lettore musicale, per molti la vera colonna sonora dell’identità online.

Tecnicamente MySpace era costruito con tecnologie web dell’epoca, fortemente orientate al desktop e poco pensate per la pulizia del codice. L’utente medio poteva incollare frammenti di HTML e CSS dentro il proprio profilo per cambiare colori, font, layout. Niente page builder visuali, ma copia e incolla trovato su siti terzi. Il risultato era una libertà creativa enorme e, spesso, pagine quasi illeggibili.

Personalizzazione estrema tra HTML, glitter e caos

Uno dei tratti più iconici di MySpace era la personalizzazione estrema. Al contrario dei social moderni, molto più controllati, qui gli utenti potevano intervenire direttamente sul codice del proprio profilo. Questo significava sfondi animati, testo lampeggiante, gif ovunque, musica che partiva da sola appena si apriva la pagina.

Da un lato questo ha reso MySpace una palestra sperimentale per tantissimi futuri designer e sviluppatori front end, che hanno imparato basi di HTML e CSS proprio lì. Dall’altro ha creato un’esperienza a volte pesante, lenta, confusa, lontana dalla pulizia che caratterizzerà Facebook pochi anni dopo. L’idea di dare all’utente il controllo quasi totale sull’aspetto del profilo si è rivelata un’arma a doppio taglio.

Il ruolo centrale della musica e delle band

MySpace è stato anche, e forse soprattutto, una piattaforma musicale. Band emergenti, artisti indipendenti, DJ e producer usavano il profilo come hub ufficiale. Caricavano brani, annunciavano concerti, gestivano una community di fan. Per molti gruppi rock e pop dei primi anni Duemila MySpace è stato il luogo in cui farsi scoprire.

Anche dopo il declino come social generalista, MySpace ha cercato di reinventarsi come piattaforma centrata sulla musica e sull’intrattenimento. La versione successiva al grande redesign del 2013, raccontata sul sito ufficiale myspace.com, mette proprio l’accento su artisti, brani e contenuti audiovisivi. Ma l’ecosistema era ormai affollato da altri player, dalle piattaforme di streaming ai social già consolidati.

L’acquisizione, la crescita e i primi segnali di crisi

Nel 2005 MySpace viene acquisito dal gruppo News Corporation di Rupert Murdoch per centinaia di milioni di dollari. Per un periodo l’operazione sembra un colpo perfetto. La base utenti cresce, gli introiti pubblicitari aumentano, il social diventa un punto di riferimento della cultura pop. Secondo i dati riportati da varie analisi di settore, MySpace raggiunge il picco tra il 2007 e il 2008.

I primi problemi emergono quando la piattaforma fatica ad adattarsi a un web che sta cambiando. Il codice ereditato, le scelte di architettura, il peso di pagine molto personalizzate rendono complesso innovare con la velocità necessaria. Allo stesso tempo la pressione per monetizzare spinge verso formati pubblicitari invadenti, che appesantiscono ancora di più l’esperienza.

L’arrivo di Facebook e la differenza di design

Nel frattempo Facebook, nato nel mondo universitario, apre gradualmente al grande pubblico. L’interfaccia è minimalista, il profilo è standardizzato, niente sfondi personalizzati o musica in autoplay. Per molti utenti questa pulizia è una liberazione dal caos visivo di MySpace. Anche il modo di costruire la rete sociale cambia più centrato su identità reali, meno su nickname e estetica del profilo.

La combinazione di esperienza utente più fluida, maggiore attenzione alla privacy (almeno nella percezione iniziale) e innovazione costante sposta progressivamente l’attenzione verso Facebook. MySpace, pur cercando di reagire con redesign e nuove funzioni, appare sempre più come piattaforma legata a un’epoca specifica del web, difficilmente aggiornabile senza snaturarsi.

Errori strategici e mancate evoluzioni

Guardando indietro, gli analisti indicano diversi fattori nel declino di MySpace. Il peso dell’infrastruttura tecnica, le scelte di product non sempre coerenti, l’enfasi eccessiva sulla monetizzazione pubblicitaria a scapito della qualità dell’esperienza. Ma anche l’incapacità di costruire un ecosistema mobile competitivo proprio mentre gli smartphone diventavano il centro della vita online.

MySpace rimane fortemente legato al desktop in un momento in cui i competitor investono in app dedicate, notifiche, interfacce pensate per schermi piccoli. La mancanza di un ripensamento radicale dell’esperienza, piuttosto che piccoli ritocchi, contribuisce a far percepire il sito come datato, anche quando le funzioni di base restano le stesse.

Che cosa resta di MySpace nella cultura digitale

Dire che MySpace è scomparso non è del tutto corretto. Il sito esiste ancora, con un focus ridotto e orientato all’intrattenimento, e una parte dei vecchi contenuti (non tutti) è stata più volte migrata, con incidenti che hanno portato alla perdita di archivi musicali storici. Ma il suo ruolo nella conversazione pubblica è minimo rispetto al passato.

Ciò che resta davvero è l’impronta nella storia dell’informatica e della cultura digitale. MySpace ha anticipato molte dinamiche che oggi diamo per scontate social come palcoscenico per artisti, profili come identità pubbliche, codice come strumento di autoespressione. La sua ascesa e il suo declino sono un promemoria potente sul fatto che, nel mondo delle piattaforme, il successo di oggi non garantisce nulla sul domani. E che, spesso, a fare la differenza non è solo chi arriva per primo, ma chi sa evolvere più in fretta senza perdere il senso di ciò che rende unica la propria esperienza.

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