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Il Documentario sull’IA Che Ci Insegna a Sopravvivere in un Futuro Incerto

L’ansia, più che il rigore tecnologico, ĆØ al centro di The AI Doc Or How I Became an Apocaloptimist. Il regista Daniel Roher esprime una profonda preoccupazione per il futuro in cui sta portando al mondo un figlio, chiedendosi se sarĆ  un’utopia guidata dall’intelligenza artificiale o se segnerĆ  una condanna inevitabile, scenario esplorato in innumerevoli storie di fantascienza.

Un Viaggio tra Proponenti e Critici dell’IA

Per cercare risposte, Roher ha intervistato alcuni dei più noti sostenitori e critici dell’IA, tra cui Karen Hao, autrice di “The Empire of AI”, la ricercatrice Emily Bender e il CEO di Anthropic Dario Amodei. Sebbene il documentario, uscito questo fine settimana, non offra rivelazioni completamente nuove – per un’analisi approfondita si raccomanda la lettura del libro di Hao, che documenta l’ascesa di OpenAI e la precarietĆ  del suo modello di business – il suo obiettivo principale non ĆØ rivolto agli addetti ai lavori.

Roher mira piuttosto a rendere comprensibile lo stato attuale dell’IA per il pubblico generale. Sono quelle persone che magari utilizzano occasionalmente strumenti come ChatGPT o Google Gemini, ma non sono pienamente consapevoli delle controversie che li circondano. Il film, in particolare, mette in luce la devozione quasi religiosa che molti nel settore tecnologico nutrono nei confronti dell’IA.

Apocaloptimismo Come Visione per il Futuro

Non ĆØ uno spoiler affermare che Roher adotta infine una prospettiva “apocaloptimista”. ƈ pienamente consapevole dei potenziali pericoli dell’IA e del suo probabile impatto sociale significativo. Tuttavia, crede fermamente nella capacitĆ  umana di plasmare la direzione verso cui questa tecnologia si sta muovendo. I sostenitori dell’IA professano una fede quasi fideistica nell’inevitabilitĆ  dell’intelligenza artificiale generale (AGI), ovvero un’IA capace di eguagliare e superare le capacitĆ  umane. Ma l’AGI non ĆØ un destino segnato, e Roher sostiene che esista ancora spazio per critici e pubblico per esercitare una contro-pressione.

Stiamo giĆ  assistendo a piccoli segnali di resistenza all’IA. Basti pensare alla reazione viscerale e negativa nei confronti dell’upscaling AI DLSS 5 di NVIDIA, ai recenti piani di Microsoft di ridurre le funzionalitĆ  AI di Copilot in Windows 11, o alla chiusura dell’app di generazione video AI Sora da parte di OpenAI (quest’ultima potrebbe essere dovuta a costi proibitivi, ma Sora ha certamente suscitato numerose critiche). Se un numero sufficiente di persone dirĆ  “no” a diverse implementazioni dell’IA, ĆØ probabile che le aziende tecnologiche ne terranno conto.

Le Due Facce della Medaglia nell’Innovazione Tecnologica

Il documentario alterna interviste a veri e propri “credenti” – come Sam Altman, CEO di OpenAI, e Dario Amodei, CEO di Anthropic – a figure di spicco tra i critici dell’IA, tra cui Tristan Harris, co-fondatore e presidente del Center of Humane Technology, e la professoressa di linguistica Emily M. Bender. Si può avvertire una sorta di “colpo di frusta” quando il film passa da coloro che credono sinceramente che l’IA porterĆ  a una sorta di utopia (e che si arricchiranno enormemente nel processo), ai critici più estremi che la vedono come la fine dell’umanitĆ . Ad un certo punto, Harris menziona che alcuni suoi amici che lavorano nella valutazione dei rischi legati all’IA ritengono che i loro figli “non vedranno le scuole superiori”. Emerge ancora una volta quella sensazione di ansia.

Sebbene “The AI Doc” riesca a condensare un numero impressionante di interviste notevoli nella sua ora e 43 minuti di durata, sarebbe stato auspicabile ascoltare maggiormente critici come Timnit Gebru, ex ricercatrice IA di Google, che collega lo sviluppo dell’IA all’ascesa del “tecnofascismo” nella Silicon Valley. Sebbene appaia brevemente nel film, la sua prospettiva non ĆØ pienamente sviluppata. Il documentario non scava a fondo nelle forze motrici dietro l’IA, a differenza di “Ghost in the Machine”, un altro importante documentario sull’IA di quest’anno, che traccia una linea diretta tra l’ascesa dell’eugenetica e la Silicon Valley. Quest’ultimo film arriverĆ  nelle sale quest’estate e sarĆ  trasmesso su PBS in autunno.

Si tratta di un documentario energico, ricco di animazioni, che mira a mantenere lo spettatore costantemente coinvolto. Tuttavia, la minaccia dell’IA meriterebbe un’analisi più sfumata e un esame critico più approfondito. Nel peggiore dei casi, “The AI Doc” potrebbe indurre più persone a interrogarsi sul valore dell’IA, proprio mentre l’industria tecnologica diventa sempre più disperata nel tentativo di garantirne il successo. ƈ interessante notare come anche figure di spicco come David Sacks stiano riconsiderando il loro ruolo nel panorama dell’intelligenza artificiale, suggerendo un dibattito in continua evoluzione.

La nostra testata pensa che…

Il documentario di Roher, pur non rivoluzionando il dibattito sull’intelligenza artificiale, svolge un ruolo cruciale nel democratizzare la conversazione. La sua forza risiede nel rendere accessibili concetti complessi e ansie diffuse a un pubblico vasto, che altrimenti potrebbe sentirsi escluso dalle discussioni più tecniche. L’approccio “apocaloptimista” ĆØ particolarmente efficace perchĆ© riconosce la legittimitĆ  delle paure, senza però cedere al catastrofismo fine a se stesso. Incoraggia una partecipazione attiva e consapevole, suggerendo che il futuro dell’IA non ĆØ un destino predeterminato, ma un percorso che possiamo ancora influenzare collettivamente. La critica alla “devozione quasi religiosa” ĆØ particolarmente azzeccata, poichĆ© evidenzia il rischio di una cieca fiducia nell’innovazione senza un’adeguata valutazione delle implicazioni etiche e sociali. ƈ fondamentale che il pubblico sia informato e incoraggiato a porre domande, proprio come suggerito dalle recenti discussioni sull’impatto di piattaforme come Meta e YouTube, dichiarate negligenti in un caso storico sull’uso dei social media. La capacitĆ  di resistere a implementazioni problematiche dell’IA, come dimostrano le reazioni a certe tecnologie NVIDIA o le decisioni di Microsoft, ĆØ un segnale incoraggiante che la voce collettiva può ancora avere un peso.

Fonte: Originale

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