Un processo penale in Italia dura anni. Un verdetto sui social si forma in circa sei ore.
Tutto quello che segue nasce da questa differenza di velocità, ed è una differenza che non riguarda la giustizia. Riguarda noi.
Due tribunali con regole opposte
Nel tribunale vero l'accusato conosce l'accusa nel dettaglio, ha un difensore, può produrre prove, e chi decide è tenuto a motivare per iscritto una decisione che può essere impugnata in due gradi successivi. È una macchina lenta perché è costruita per essere reversibile.
Nel tribunale parallelo che si forma sotto un post non c'è nulla di tutto questo. L'accusa è un frammento di video senza contesto. Non c'è difesa, perché qualunque cosa dica l'accusato viene letta come conferma. Chi giudica non deve motivare niente, non risponde di niente, e non lo rivedrà mai più.
La differenza decisiva però è un'altra, ed è quella che quasi nessuno considera. La sentenza social non prevede appello. Non perché sia vietato, ma perché non esiste il luogo dove presentarlo. Le persone che ti hanno giudicato non sono più in quella pagina. Sono altrove, su un altro caso, e non torneranno a leggere il seguito.
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L'assoluzione non fa notizia
Qui c'è la parte peggiore, e vale la pena guardarla in faccia.
L'accusa arriva quando il fatto è caldo, quindi viaggia nel momento di massima attenzione possibile. L'esito arriva anni dopo, quando di quel caso non importa più a nessuno.
Un'archiviazione, un ridimensionamento, un'assoluzione non hanno alcuna delle caratteristiche che fanno circolare un contenuto. Non indignano, non sorprendono, non permettono di schierarsi. Sono notizie che chiudono una storia, e le storie chiuse non producono conversazione.
Il risultato è che il pubblico registra l'accusa e non registra mai l'esito. Non per cattiveria. Perché l'esito, semplicemente, non gli passa davanti.
Ne discende una cosa che dovrebbe inquietare più di quanto faccia. Per la maggior parte delle persone, la versione definitiva di un fatto è quella delle prime quarantotto ore. Il resto del procedimento, quello fatto di prove e verifiche, non arriverà mai al pubblico che si è già formato un'opinione.
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Non è un discorso sui colpevoli
Chiariamolo, perché è il fraintendimento più facile.
Non sto dicendo che gli accusati siano innocenti. Molti non lo sono, e il procedimento serve esattamente a stabilirlo. Quando qualcuno viene condannato, la condanna è giusta e non c'è niente da relativizzare.
Sto dicendo una cosa diversa e più scomoda. Che quel giudizio istantaneo lo pronunciamo con la stessa identica sicurezza sia quando abbiamo ragione sia quando abbiamo torto, e dall'interno le due sensazioni sono indistinguibili.
È questo il punto. Nessuno di noi ha mai la sensazione di stare linciando qualcuno. La sensazione è sempre quella di stare dalla parte giusta, ed è esattamente la stessa sensazione che prova chi si sta sbagliando.
Aggiungici che la pena parallela non è proporzionata a niente. Colpisce chi è indagato per un fatto grave e chi ha scritto una frase infelice con la stessa violenza, perché non è tarata sulla colpa. È tarata su quanto quel contenuto circola.
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La regola che si può tenere
Non serve una posizione garantista da manuale. Ne basta una operativa.
Puoi dire che un fatto è grave. Puoi dire che ti fa schifo. Puoi chiedere che venga accertato in fretta e che chi ha sbagliato paghi.
Quello che conviene non fare è emettere la sentenza al posto di chi deve emetterla, perché è l'unica parte del tuo intervento che non serve a niente e che, se ti sbagli, non potrai più ritirare.
La differenza tra le due cose è sottile e cambia tutto. Chiedere giustizia è civile. Amministrarla in prima persona sotto un post è un'altra cosa, e ha già un nome.
Segnale & Rumore è una rubrica su come funziona davvero la comunicazione digitale, tra algoritmi, piattaforme e reputazione online. La scrive Calogero Bono, che con queste macchine ci lavora tutti i giorni.