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Malware: che cos'è, come funziona e come si diffonde

Malware: che cos'è, come funziona e come si diffonde

Nel linguaggio quotidiano si tende a usare la parola virus per indicare qualsiasi minaccia informatica. Nella realtà tecnica il termine giusto è malware, che raccoglie tutte le forme di software malevolo progettate per danneggiare, spiare, bloccare o ricattare sistemi e dati. Capire che cos’è un malware, come funziona e come riesce a diffondersi aiuta a leggere con più lucidità le cronache di attacchi e a difendere meglio dispositivi e reti.

Che cosa si intende davvero per malware

La parola malware nasce dall’unione di malicious e software. Non indica quindi un singolo tipo di minaccia ma l’intera famiglia di programmi creati per compiere azioni ostili sui sistemi informatici. Può essere un codice minuscolo che si insinua in un documento, un componente nascosto in un driver apparentemente legittimo, un eseguibile che si finge un programma di utilità ma in realtà apre una porta agli attaccanti.

Organismi e centri di ricerca sulla sicurezza come ENISA o CISA definiscono il malware proprio a partire dall’intento dannoso. Non conta solo la tecnica usata, conta lo scopo. Un programma che cifra i dati per ricattare l’azienda, un keylogger che registra i tasti premuti, un modulo che forza la visualizzazione di pubblicità indesiderata sono tutte espressioni diverse dello stesso concetto.

Come funziona un malware all’interno di un sistema

Dal punto di vista tecnico un malware segue quasi sempre una sequenza ricorrente. Per prima cosa deve raggiungere il sistema bersaglio. Una volta eseguito sfrutta vulnerabilità o permessi concessi dall’utente per ottenere le capacità che gli servono per esempio accedere al disco, alla rete, al microfono o alla webcam. Poi prova a persistere nel tempo, modificando chiavi di registro, servizi in avvio o file di sistema per ripresentarsi a ogni riavvio.

Molti malware moderni mantengono anche un canale di comunicazione con un server di comando e controllo. In questo modo chi li ha creati può inviare nuove istruzioni, aggiornare il codice o coordinare attacchi distribuiti. Pagine di analisi di vendor come Microsoft Security o Kaspersky mostrano spesso come le varianti più evolute siano progettate come veri e propri ecosistemi, con moduli diversi che si attivano a seconda del contesto.

Le principali famiglie tra virus, worm, trojan e ransomware

All’interno dell’ombrello malware esistono molte famiglie con comportamenti distinti. Il virus classico si aggancia a file esistenti e si replica quando questi vengono eseguiti. Il worm privilegia invece la diffusione autonoma sulla rete, alla ricerca di altri sistemi vulnerabili, spesso senza bisogno dell’interazione dell’utente. Entrambi possono trasportare carichi ulteriori, dal furto di dati alla distruzione di file.

I trojan si presentano come software legittimi ma nascondono funzioni malevole, mentre gli spyware restano il più possibile invisibili per raccogliere informazioni sensibili. Tra le forme più temute degli ultimi anni ci sono i ransomware, malware che cifrano i dati e chiedono un riscatto per ripristinarli. Queste categorie non sono compartimenti stagni, un singolo campione può combinare più tecniche per aggirare controlli e strumenti di difesa.

Le vie di infezione tra email, web, social e supply chain

Per diffondersi il malware sfrutta soprattutto il fattore umano e le zone grigie della quotidianità digitale. Le email di phishing restano una delle vie più efficaci. Bastano allegati camuffati da documenti di lavoro, finte fatture, avvisi di corrieri o comunicazioni bancarie per convincere qualcuno a cliccare dove non dovrebbe. Nei link si nascondono spesso download automatici o pagine che tentano di sfruttare vulnerabilità del browser.

Un altro canale è il web stesso, con siti legittimi compromessi che ospitano script malevoli, banner infetti, download di software falsi. Anche i social network possono diventare veicolo di diffusione, con messaggi privati che rilanciano link pericolosi tra contatti che si fidano. Infine ci sono gli attacchi alla supply chain, in cui viene colpito un fornitore software per inserire codice malevolo in aggiornamenti che i clienti vedono come normali patch di routine.

Sistemi operativi, permessi e ruolo degli aggiornamenti

Ogni sistema operativo offre ai malware un terreno di gioco diverso. Ambienti come Windows, macOS, Linux o le piattaforme mobili non sono uguali, ma condividono una logica di fondo basata su utenti, permessi, processi e servizi. Un malware che riesce a eseguire codice con diritti amministrativi ha un margine di manovra molto più pericoloso rispetto a un processo confinato con pochi permessi.

Per questo le patch di sicurezza dei sistemi operativi e delle applicazioni restano uno degli strumenti più efficaci contro la diffusione del malware. Le note di rilascio di tanti produttori raccontano regolarmente la correzione di vulnerabilità che permettevano l’esecuzione di codice da remoto o l’escalation dei privilegi. Aggiornare significhi ridurre la superficie di attacco su cui i malware possono giocare, soprattutto quelli che sfruttano in modo automatizzato falle già documentate.

Dalla rete domestica alle infrastrutture aziendali come si propaga il rischio

Il malware non resta quasi mai confinato al primo dispositivo colpito. In una rete domestica può muoversi tra computer, smartphone poco aggiornati, smart tv, router con credenziali deboli. In contesti aziendali trova spesso superfici ancora più ampie, con server, sistemi legacy, dispositivi industriali connessi e utenti diversi che condividono risorse.

Una volta dentro, i malware progettati per il movimento laterale cercano cartelle condivise, servizi esposti, credenziali salvate in chiaro. È in questa fase che un incidente da singolo clic può trasformarsi in interruzioni di servizio estese. Report di analisi su grandi campagne di ransomware mostrano spesso una sequenza simile un punto di ingresso minimo seguito da una lenta esplorazione della rete fino a colpire i sistemi più critici.

Difendersi dal malware con realismo digitale

Nessuna difesa è perfetta, ma un approccio realistico alla sicurezza riduce di molto le possibilità che un malware faccia danni seri. Strumenti come antivirus, soluzioni antimalware ed endpoint protection restano fondamentali, soprattutto se aggiornati e integrati con sistemi di logging e avvisi. Tuttavia non bastano senza una minima cultura digitale diffusa tra le persone che usano quei sistemi ogni giorno.

La prevenzione passa per una combinazione di attenzione agli allegati, cura delle password, aggiornamenti regolari, gestione oculata dei permessi e backup verificati che permettano di ripristinare i dati senza cedere a ricatti. Le linee guida di enti come CISA insistono proprio su questo equilibrio tra tecnologia e processi. Trattare il malware come un rischio strutturale e non come un incidente isolato permette di progettare sistemi operativi, reti e applicazioni più resistenti, anche quando qualcosa inevitabilmente va storto.

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