Antivirus: che cos'è, come funziona e perché serve ancora nel 2025
Ogni volta che apriamo una mail sospetta, clicchiamo su un allegato o scarichiamo un programma da un sito semi sconosciuto, c’è un attore silenzioso che decide se trasformare quel gesto in un disastro o in un semplice nulla di fatto. È l’antivirus, software spesso dato per scontato, a volte sottovalutato, ciclicamente dichiarato morto. Eppure, nel 2025, continua a essere una delle difese piu diffuse contro malware, ransomware e compagnia.
Chi segue i report di laboratori indipendenti come AV-TEST o AV-Comparatives lo vede chiaramente. Il numero di nuove varianti di malware rilevate ogni giorno resta impressionante. Allo stesso tempo i sistemi operativi hanno alzato il livello, integrando protezioni sempre più avanzate. In mezzo, l’antivirus moderno si è trasformato in qualcosa di ben diverso da una semplice lista di firme.
Per capacitarsi di quanto sia cambiato basta ricordare il vecchio modello. Negli anni Novanta e Duemila l’antivirus era principalmente un programma che confrontava i file sul disco con un elenco di firme, piccole impronte digitali di virus conosciuti. Funzionava finché i malware si diffondevano relativamente lentamente e non cambiavano troppo forma. Oggi quel mondo non esiste più.
Il malware contemporaneo è molto più aggressivo e dinamico. Ransomware che cifrano interi sistemi, trojan che restano silenti per mesi, campagne di phishing mirato, exploit che prendono di mira vulnerabilità zero day. Per questo i vendor hanno dovuto spingere l’antivirus verso un modello più ampio, spesso chiamato endpoint protection o addirittura EDR, Endpoint Detection and Response, come raccontano le stesse pagine informative di player come Microsoft Defender for Endpoint o le soluzioni presentate da Kaspersky.
Alla base, comunque, l’idea resta simile. L’antivirus è un software che monitora il sistema alla ricerca di comportamenti o file sospetti e interviene per bloccarli, metterli in quarantena o rimuoverli. Solo che oggi lo fa combinando più tecniche. Le firme esistono ancora, ma vengono affiancate da analisi euristiche, controlli basati sul comportamento, sandbox in cui eseguire codice in modo isolato per vedere come si comporta davvero.
Un esempio concreto è quello dei ransomware. Molti prodotti moderni non si limitano a riconoscere lo specifico ceppo, ma osservano pattern di attività. Aperture e modifiche massicce di file in poco tempo, processi che provano a sovrascrivere documenti in cartelle sensibili, tentativi di disabilitare shadow copy o backup locali. Quando questi indizi si sommano, l’antivirus può intervenire anche senza sapere in anticipo quale variante sta attaccando.
Un’altra differenza sostanziale rispetto al passato è la connessione costante al cloud. Le suite moderne inviano, spesso in forma anonima e aggregata, informazioni su file sospetti e comportamenti anomali ai server centrali del produttore. Qui entrano in gioco sistemi di analisi massiva e modelli di machine learning che aiutano a classificare rapidamente nuove minacce. Quando un file sconosciuto viene identificato come dannoso, la firma o la regola comportamentale corrispondente viene distribuita a tutti gli endpoint in tempi molto più rapidi rispetto all’epoca delle sole definizioni giornaliere.
Nel quotidiano dell’utente, però, tutto questo si traduce in qualcosa di molto semplice. L’antivirus è quel software che controlla gli allegati della posta, gli eseguibili scaricati dal browser, i dispositivi USB che colleghiamo al volo, gli script che partono in background. Ed è quello che, nei migliori dei casi, riesce a bloccare la minaccia prima che possa fare danni seri.
La domanda che molti si fanno nel 2025 è legittima. Serve ancora un antivirus se Windows ha già una protezione integrata, se macOS promette controlli severi sulle app e se su Linux la superficie di attacco desktop è storicamente più limitata. La risposta breve è che dipende dall’uso, ma raramente è un no assoluto.
Sistemi come Microsoft Defender, integrato in Windows, sono di fatto soluzioni antivirus a tutti gli effetti, continuamente migliorate. Per l’utente medio, ben configurate e affiancate da un minimo di buon senso, possono bastare. In contesti aziendali, però, la questione cambia. Qui entrano in gioco conformità, gestione centralizzata, risposta a incidenti, integrazione con log e sistemi SIEM. L’antivirus non è piu solo un’app sull’endpoint, ma parte di una architettura di sicurezza più ampia.
Su macOS e Linux la storia è simile. Il fatto che certe piattaforme siano statisticamente meno colpite non significa che siano immuni. In scenari misti, con file che passano da un sistema all’altro, avere una protezione sugli endpoint non Windows aiuta a evitare che questi diventino semplici vettori, anche quando il malware prende di mira soprattutto i PC.
Naturalmente l’antivirus da solo non basta. Le stesse agenzie di sicurezza, come l’americana CISA, ripetono da anni che serve un approccio multilivello. Aggiornamenti regolari, backup affidabili, segmentazione di rete, formazione degli utenti, politiche di accesso ragionate. In questo quadro l’antivirus è uno strato in più, non la panacea.
Nel 2025 ha ancora senso proprio in questa logica stratificata. È il livello che intercetta molte minacce automatizzate, quelle che viaggiano in allegato, in link, in chiavette, nei software scaricati con leggerezza. Non ferma gli attacchi mirati più sofisticati, non protegge dalla disattenzione estrema, ma riduce la quantità di rischi che arrivano fino ai nervi scoperti del sistema.
In un mondo ideale basterebbero sistemi perfetti e utenti prudenti. Nel mondo reale, dove patch saltano, allegati vengono aperti lo stesso e sui PC convivono file di lavoro e dati personali, avere un antivirus moderno, aggiornato e ben configurato resta una scelta di buon senso. Non risolve tutto, ma quando serve, fa davvero la differenza tra un semplice avviso a schermo e una notte passata a capire come recuperare i dati cifrati.