Il 20 luglio, a Sciacca, quattro cuccioli sono morti su un terrazzo sotto quarantatré gradi. Un uomo di quarantuno anni è indagato, il Comune si è mosso per costituirsi parte civile, le associazioni hanno depositato le denunce.
Fin qui è cronaca. Grave, indifendibile, ma cronaca.
Quello che è successo dopo è un'altra cosa. E non riguarda i cani.
Quarantamila persone sul banco degli imputati
In quarantotto ore la città è finita sommersa. Non commenti sul fatto, commenti sulla città. Insulti agli abitanti, riferimenti alla mafia, appelli al boicottaggio turistico. Gli albergatori si sono mossi per tutelarsi legalmente.
Un uomo è indagato. Quarantamila persone sono state processate.
E c'è un dettaglio che quasi nessuno ha raccontato, che è la chiave di tutto. Anche l'attivista che ha guidato la mobilitazione a Sciacca ha ricevuto minacce. Screenshot consegnati alle forze dell'ordine.
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Fermiamoci un secondo. Chi ha denunciato il fatto è stato minacciato. Chi abita nella città dove il fatto è accaduto è stato insultato. Fronti opposti, stessa onda.
Se pensavate che fosse una fazione contro l'altra, non lo è. La macchina non ha una parte. Trita tutti.
Il paradosso che vedo da dentro
Io queste piattaforme le uso ogni giorno per lavoro. E c'è una cosa che voglio dire chiaramente, perché la vedo da vicino.
Provate a fare pubblicità su un social. Dovete verificare l'identità con un documento. Dovete dichiarare chi siete. Ogni singola inserzione passa una revisione. Sbagliate una parola dentro un'immagine e l'annuncio viene rifiutato. Insistete, e vi bloccano l'account. Processi rapidi, spietati, perfettamente funzionanti.
Ora provate a scrivere che una città intera è fatta di criminali. Nessuna verifica. Nessuna revisione. Nessuna conseguenza.
Le piattaforme non sono incapaci di moderare. Sono capacissime. Hanno costruito verifiche d'identità, punteggi di affidabilità, sospensioni automatiche. Li hanno costruiti per gli inserzionisti.
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Perché l'inserzionista è un rischio per il fatturato. L'hater, invece, è il fatturato. Litigare significa restare nell'app, e restare nell'app significa vedere un'altra pubblicità.
Non è un'accusa retorica. È l'unica lettura che spiega la differenza di trattamento.
Parlare è un diritto, essere amplificati no
Quando dico che servirebbe una patente per i social molti saltano sulla sedia. Censura, libertà di espressione, chi decide.
Chiariamo, perché la distinzione è tutto.
Quando scrivi un commento, la piattaforma non si limita a ospitarlo. Sceglie di mostrarlo a diecimila persone anziché a dieci. Quella spinta è una decisione commerciale presa da una macchina. E su quella si può intervenire senza togliere la parola a nessuno.
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Due cose, in concreto. La prima, la reputazione pesa sulla portata. Chi accumula segnalazioni fondate, diffamazione, minacce, non viene zittito, semplicemente smette di essere spinto. Continua a parlare, ai suoi. Non gli viene più regalato il megafono. La seconda, verifica proporzionale all'influenza. Se il tuo contenuto supera una certa soglia di persone raggiunte, dici alla piattaforma chi sei. Come già accade a chi fa pubblicità politica.
Gli strumenti esistono, e il Digital Services Act europeo già obbliga le grandi piattaforme a rendere conto delle proprie scelte di moderazione. Manca la volontà, perché la volontà costerebbe fatturato.
L'unica cosa che dipende da noi
Su come sono progettate le piattaforme, oggi, possiamo poco. Su cosa alimentiamo, tutto.
Ogni replica indignata a un commento infame è un regalo. Dà visibilità a chi l'ha scritto e tempo di permanenza alla piattaforma. Rispondere per difendersi, per quanto sia umano, sposta quel contenuto in cima e lo mostra ad altre mille persone. Che risponderanno.
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Segnalare e andare avanti non è arrendersi. È l'unica mossa che l'algoritmo non sa monetizzare.
E la giustizia per quei cuccioli non si ottiene nei commenti. Si ottiene in tribunale, dove il procedimento è già avviato. Quella è la sede. Il resto è rumore che si vende bene.
Finché il click varrà più della qualità del dibattito, resteremo in un Far West dove chi urla più forte copre chi prova a ragionare.
Con una differenza. Nel Far West, almeno, lo sceriffo non prendeva una percentuale su ogni sparatoria.
Segnale & Rumore è una rubrica su come funziona davvero la comunicazione digitale, tra algoritmi, piattaforme e reputazione online. La scrive Calogero Bono, che con queste macchine ci lavora tutti i giorni.