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Gli archivi digitali palestinesi resistono alla distruzione fisica con oltre 500.000 documenti
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Gli archivi digitali palestinesi resistono alla distruzione fisica con oltre 500.000 documenti

[2026-07-06] Author: Ing. Calogero Bono
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Mentre il conflitto in Medio Oriente continua a causare danni incalcolabili al patrimonio culturale, un progetto ambizioso sta dimostrando che la memoria di un popolo può essere preservata al di là di muri e confini. Il Museo Palestinese di Birzeit ha costruito un archivio digitale distribuito che, nelle parole del suo direttore generale Amer Shomali, è progettato per essere 'unlootable', cioè impossibile da saccheggiare. Con oltre 500.000 fotografie, documenti d'identità, diari, mappe, film e lettere digitalizzati, questo archivio rappresenta una delle più importanti iniziative di preservazione digitale in una zona di guerra.

Un patrimonio culturale sotto attacco diretto

Secondo una stima di Amer Shomali, circa l'80% delle collezioni nazionali palestinesi è stato saccheggiato, distrutto o è rimasto sotto controllo israeliano. Nella prima settimana di conflitto, sono stati bombardati due gallerie d'arte, sette musei, due archivi principali a Gaza e centinaia di siti archeologici. Un rapporto del 2025 dell'Applied Research Institute-Jerusalem ha documentato che almeno 2.400 siti archeologici in Cisgiordania sono stati presi in consegna da Israele. A marzo 2026, l'UNESCO aveva verificato danni a 164 siti culturali a Gaza dall'ottobre 2023, inclusi edifici storici, luoghi di culto, musei e siti archeologici.

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La tecnologia come scudo contro l'oblio

Per contrastare questa distruzione sistematica, il Museo Palestinese ha avviato nel 2018 la creazione di un archivio digitale che non dipende da un'unica sede fisica. Il team, composto da tre membri del personale a tempo pieno supportati da una rete di volontari, ha raccolto materiali direttamente dalle famiglie palestinesi, bussando alle porte e chiedendo il permesso di scansionare vecchie fotografie, lettere e documenti. Il risultato è una piattaforma open source che ora contiene più di mezzo milione di voci. Per garantire la resilienza, l'archivio viene replicato in più copie in tutto il mondo, creando un sistema distribuito in grado di resistere ad attacchi informatici e persino alla distruzione fisica. 'Non possiamo proteggerlo dall'essere hackerato, ma possiamo proteggerlo dallo scomparire', spiega Shomali.

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Un archivio che vive oltre i confini

L'archivio non è solo una raccolta statica di dati. Il museo ha sviluppato un kit espositivo 'in una scatola, stile Ikea' che consente a chiunque di scaricare i materiali, stamparli e organizzare mostre sulla Palestina in qualsiasi parte del mondo. Questo progetto è stato esposto più di 260 volte, dal Giappone a San Francisco, ed è stato tradotto in cinque lingue. Artisti e curatori internazionali attingono all'archivio per le loro opere: a maggio 2026, l'artista e curatrice Leyya Mona Tawil ha utilizzato le collezioni per la mostra My Name is Palestine: Echoes from The Palestinian Museum’s Music Online Exhibition a San Francisco. In Spagna, il curatore Pablo Llorca ha trascorso due mesi a selezionare immagini per To Tell My Story, esposta a Madrid e in altre 15 località, con l'interesse del Ministero della Cultura spagnolo.

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Una sfida tecnica e culturale

La digitalizzazione di documenti fragili richiede competenze specifiche. Mohammad Rabae, responsabile del processo di digitalizzazione, racconta di aver maneggiato una Bibbia del XIX secolo stampata a Gerusalemme e un giornale palestinese del 1930 con pagine ingiallite e scritte sbiadite. 'Esperienze come queste mostrano che la digitalizzazione non riguarda solo la creazione di un'immagine digitale, ma anche la conservazione sicura del materiale storico fragile per le generazioni future', afferma Rabae. Il team lavora anche alla catalogazione, alla traduzione e alla verifica linguistica, esplorando persino l'uso di un bot in grado di leggere l'arabo ottomano per elaborare documenti storici. Per rendere l'archivio ancora più resistente, il museo ha adottato soluzioni tecnologiche simili a quelle utilizzate per i database gestiti su cloud, come descritto nell'articolo sui database gestiti AWS con RDS e Aurora, che offrono backup distribuiti e alta disponibilità.

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Una memoria che non può essere cancellata

L'archivio digitale del Museo Palestinese è molto più di un database: è un atto di resistenza contro la cancellazione culturale. Come sottolinea Shomali, 'Avere l'archivio digitale è un modo per proteggere la nostra memoria'. Ogni scansione, ogni backup e ogni copia replicata rappresenta un tentativo di garantire che la memoria palestinese sopravviva, anche se i luoghi che la custodiscono non esistono più. Il poeta Mahmoud Darwish scriveva: 'Noi che siamo in grado di ricordare siamo in grado di liberarci'. Questo archivio ne è la dimostrazione concreta. Per approfondire il contesto storico e le tecniche di preservazione digitale, si può consultare la pagina Wikipedia sulla digitalizzazione.

Fonte: https://www.wired.com/story/how-palestinians-are-building-a-digital-archive-that-cant-be-erased

Ing. Calogero Bono

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Ing. Calogero Bono

Ingegnere informatico, fondatore di Meteora Web e Zenith OS. System administrator e progettista di piattaforme, app e CMS proprietari, con esperienza in sviluppo full-stack, marketing digitale ed ecosistema Google.
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